2. L’esperienza corporea

In fase iniziale la qualità dell’esperienza fisica è particolarmente rilevante ai fini dell’interpretazione soggettiva degli eventi:

  1. se un bambino/ragazzo ha sperimentato, come purtroppo a volte accade, di stare molto male (in particolare di sentirsi molto stanco, o di non riuscire a respirare, o di avere forti dolori) potrà più facilmente riconoscere il sollievo ricevuto dalle cure;
  2. se invece, come per fortuna accade frequentemente, prima della comparsa della malattia si sentiva relativamente bene, vivrà come un’aggressione gratuita gli interventi sanitari e si sentirà “tradito” dai genitori.

La comunicazione rispetto alla condizione di malattia e al programma di trattamento favorisce una visione più realistica e sostiene l’avvio dell’alleanza terapeutica.

In ogni caso il corpo, colpito dalla malattia ed oggetto degli interventi diagnostico-terapeutici, diventa sede di  debolezza e di difetti, anziché essere base di sicurezza, strumento di realizzazione e trampolino di lancio per la crescita.

Un sintomo comune come l’astenia (stanchezza importante e continuativa), che comporta una riduzione notevole della normale attività motoria, si associa a intense angosce, perché fa sentire perse le energie vitali come ben enunciato dall’espressione «stanco morto».

Analogamente inquietanti risultano le modificazioni di ritmi e di funzioni corporei (sono, appetito, ecc.)


Rispetto ai trattamenti, in generale i timori maggiormente emergenti riguardano la compromissione e la sofferenza fisica, con una notevole variabilità individuale, per cui anche un semplice prelievo venoso può costituire una violazione dell’integrità e comportare un vissuto di danno. Quando sono necessari innumerevoli “buchi”, un ausilio prezioso è rappresentato dal catetere venoso centrale, che consente di evitarli, ma richiede un’accurata gestione e comporta esso stesso una perdita di integrità del proprio confine corporeo, accompagnata talora da sentimenti di vulnerabilità e/o di vergogna, particolarmente pesanti in adolescenza, quando il confronto con gli altri si gioca sul corpo.

Già in preadolescenza la bassa statura e il ritardo puberale comportano sentimenti di inferiorità e di inadeguatezza.

Ad ogni età sono emotivamente significative tutte le modificazioni corporee importanti, anche transitorie, che possono sostenere crisi d’identità o angosce di metamorfosi. Trasformazioni somatiche meno rilevanti si accompagnano comunque a sentimenti di estraneità a sé più o meno intensi.

Particolare rilevanza assumono gli interventi mutilanti: quando sono interessati gli organi interni prevalgono i vissuti e le fantasie di manipolazione e di svuotamento, mentre rispetto alle parti visibili si manifestano difficoltà nella partecipazione alla vita sociale. Il proprio corpo diventa oggetto di sguardi e di curiosità, che ne sottolineano la differenza, rendendola ancora più inaccettabile. I progressi nel settore della chirurgia plastica e la disponibilità di protesi perfezionate consentono oggi in molti casi un compenso a livello funzionale ed estetico, ma non possono restituire l’integrità.

Quando è interessato il Sistema Nervoso Centrale, si configurano deficit funzionali, che provocano un’importante destabilizzazione dell’identità personale, con una conseguente modificazione della qualità della vita: si delinea una condizione di disabilità, per cui occorre effettuare una più o meno importante riorganizzazione del sé precedente, nonché dei progetti futuri ad ampio raggio, anche rispetto al percorso scolastico e alla successiva realizzazione professionale.

In caso di dolore fisico, che già in ambito fisiologico richiama non solo alla sensibilità vitale, ma anche alla fragilità e alla vulnerabilità del corpo, in ambito patologico sono sollecitate emergenze di angoscia e/o di rabbia e si aprono orizzonti di profonda solitudine esistenziale.

Provare un forte “male” sottolinea la separatezza anche dai familiari, che in quel momento prestano assistenza con amorevolezza e partecipazione


Molto facilmente nel bambino/ragazzo malato l’esperienza del dolore assume le caratteristiche del dolore totale, in quanto interessa la sfera emotiva, il campo relazionale e l’ambito spirituale, attivando ricerche di senso. L’impegno dei curanti di  ridurre al minimo il dolore fisico è costante, ma la sofferenza emotiva permane;  non va negata né minimizzata (con manovre di distrazione, rassicurazione, ecc.), ma va considerata opportunamente per alleggerirla e incontrata apertamente nella relazione terapeutica per condividerla, con un atteggiamento di accompagnamento positivo e rispettoso.